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Castelfranco è un castello di pendio, oggi allo stato di rudere, sorto a controllo della Valle Campiana nel tratto compreso fra Campi e la Forca di Ancarano dalla quale si accede all’altopiano di Norcia. Complessa è la storia degli insediamenti nati in questa parte del Comune di Norcia. Per capire l’importanza storica della Valle Campiana occorre tener presenti due fattori:
a) per essa passava uno dei principali assi viari appenninici che dalla Sabina interna, attraverso Forca della Civita e Norcia, puntava verso nord, e cioè Visso e la Marca Camerinese, ma anche verso Colfiorito – Foligno;
b) offre discrete risorse dal punto di vista agricolo, boschivo e pascolivo.
Per queste ragioni l’uomo vi si stabili fin dalle età più remote aggregandosi in piccoli nuclei, una forma di antropizzazione che si perpetua oggi negli abitati di Pielarocca, S. Angelo, Piedelcolle e Capodelcolle ovvero Castelfranco, riuniti sotto il nome collettivo di Ancarano.
Quest’ultimo toponimo deriva dalla gens Ankaria, di cui restano iscrizioni risalenti al I secolo a.C. Quasi sul valico di Forca Ancarano, dove esiste ancora una fonte di origine romana, sorgeva un tempio italico che ha offerto numerosi materiali archeologici. Dalle immediate vicinanze provengono anche due milliari antichi ritrovati in zona (IV secolo d.C.). Il primo riaffiorato all’altezza di Casale Perla sul versante nursino del valico, l’altro a S. Angelo di Ancarano sul versante opposto.
La data di nascita di Castelfranco va posta a non molti anni di distanza dal 1379, quando viene menzionato per la prima volta, forse nel quadro della riorganizzazione politico-militare dello Stato Ecclesiastico intrapresa dal card. Egidio Albornoz.
Castelfranco raccoglieva l’eredità del vecchio castello di Ancarano, di cui non rimane più nulla. Come altri castelli sorti ex novo o riedificati sul vinere del secolo XIV, fu voluto non tanto dalla popolazione locale, quanto dal Comune di Norcia, primo beneficiario e primo garante della sicurezza del territorio anche agli occhi dell’autorità pontificia. Ma lo scopo essenzialmente militare che in questi casi si prefiggeva il Comune, non coincideva sempre con gli interessi immediati delle popolazioni rurali ad esso soggette. Queste ultime, in genere, mal sopportavano gli oneri della vigilanza, peggio ancora della belligeranza, assorbite com’erano dalle laboriose attività quotidiane.
Tuttavia gli abitanti di Ancarano, specialmente quelli di Castelfranco, ebbero fama di valorosi soldati se è vero che amavano fregiarsi del titolo di ‘mirmilloni’ (gladiatori) e che solo se chiamati con questo epiteto si degnavano di presentarsi all’offerta del pallio (vessillo)1 in segno di omaggio al Comune di Norcia nella festa di San Benedetto2.
Uno di questi palli si conserva ancora e reca il motto “A Castelfranco, Armaleone” che rivela l’orgoglio di inalberare lo stesso stemma di Norcia. Proprio da Ancarano, inoltre, provengono due bassorilievi romani rappresentanti un combattimento gladiatorio.
Castelfranco non ebbe molta fortuna come castello, nonostante le franchigie (da cui prese il nome) concesse dal Comune per incoraggiare il popolamento. Scabroso e scomodo come ancora oggi si può vedere, quello spazio murato fu sentito dagli abitanti come un insediamento artificiale e vessatorio, cui fu preferita la situazione abitativa che si andava configurando giusto ai piedi del castello. Le rovine dei terremoti fecero il resto. Sta di fatto che Castelfranco venne definitivamente abbandonato e il borgo che sostituì, Capodelcolle, è la prova evidente del suo fallimento.
Capodelcolle sorge lungo l’antica strada pedemontana che conduce a Campi alto, è servito da una fonte che un tempo era alimentata da un condotto proveniente da Pielarocca, ha comode abitazioni e stalle, una deliziosa chiesa trecentesca intitolata a S. Antonio e un’altra chiesa della stessa epoca (II Crocefisso) diruta già prima del sisma del 2016.
Oggi, però, l’insuccesso di Castelfranco si colora di tutt’altre aspettative. Può diventare, e in parte lo è già, una risorsa culturale capace di trasformarsi anche in un’occasione economica. La vocazione turistica della Valle Campiana non potrà che giovarsene, ed ecco perché sono da salutare con entusiasmo le iniziative tese alla tutela e alla valorizzazione di questo sito storico.
Si tratta di riportare alla luce un centro che conserva gran parte del suo impianto originale, una specie di minuscola Pompei medievale nel Parco dei Monti Sibillini.